Le instancabili dita di Minerva sapevano tessere meravigliosamente bene e sapevano creare ricami preziosi arazzi di mirabile fattura. Nessuna dea, nessuna Ninfa, nessun mortale potevano starle a paragone e, le donne di Grecia si vantavano di essere abili a ricamare perfettamente, perché lo avevano appreso dall'arte incomparabile della dea guerriera.
Ma Aracne, che aveva imparato dal padre il mestiere, soleva dire "Io ricamo col mio cuore e con l'abile pazienza delle mie dita e non devo nulla alla dea". Ovidio dice di Aracne che aveva un talento e una creativita nel tessere le tele che era tutta sua: "Sia che agglomerasse la lana greggia nelle prime matasse, sia che lavorasse di dita e sfilacciasse uno dopo l’altro con lungo gesto i fiocchi simili a nuvolette, sia che con l’agile pollice facesse girare il liscio fuso, sia che ricamasse...".
La giovane sfido apertamente la dea e alla fine della gara i due lavori avevano raggiunto una tale bellezza da sembrare viventi scene da sogno. Minerva, irritata, strappo in cento pezzi il lungo lavoro di Aracne, gridando: "Orgogliosa donna, tu devi morire, poiché hai sfidato oltraggiosamente una dea!". Ma poi, impietosita dalle lacrime della fanciulla, che, dopo aver visto il suo paziente ricamo di tante notti finire in brandelli, attendeva terrorizzata la morte aggiunse:"Invece di darti la morte, voglio essere generosa con te, tu vivrai, ma la tua vita sara eternamente appesa ad un filo!"La tocco sulle spalle con la lancia dorata e la tessitrice si fece piccola piccola, il corpo le si aggrinzi, il capo divenne un peloso batuffolino nero, le gambe snelle si trasformarono in tante zampette sottili. La fanciulla era diventata un grosso ragno nero! E da quel giorno, eternamente, tessé le sue tele sottili negli angoli tranquilli, le tese tra i rami e i cespugli, ove l'ombra cupa dei boschi le circondava di umidi vapori, le tese ove il Sole, sfolgorando lieto sul mondo, le faceva scintillare di riflessi cangianti.Nella societa arcaica esisteva una stretta correlazione fra la donna e la tessitura. Questo lavoro artigianale, peraltro a totale appannaggio del mondo femminile, oltre a conferire alla donna, assieme ad altre mansioni domestiche che le competevano, un ruolo attivo e di utilita sociale, rappresentava simbolicamente l’attivita attraverso la quale essa veniva identificata come modello di virtu, sia come Domina (Signora della Domus) che come moglie.
Gia dalla prima eta del ferro, in molti corredi funebri femminili compaiono insieme ai monili ed oggetti diuso quotidiano, fusi, rocchetti, conocchie, pettini, tavolette per bordature. Questi strumenti, oltre a richiamare l’attivita di filatura e tessitura svolte dalle defunte, sono gli unici indizi di lavoro manuale, come se null’altra mansione produttiva potesse essere consona al rango delle proprietarie. Rappresentativi sono i corredi funerari di Verucchio (Rimini), Lavinio (Roma), Capena (Roma). Nella mitologia greca, l’abilissima Aracne, figlia del tintore Idmone di Colofonie (Lidia), sfida la Dea Athena in una gara di tessitura. Il lavoro di Aracne, eseguito magistralmente e forse superiore a quello di Athena, suscita nella Dea una rabbia vendicatrice che la spinge, abusando della sua potenza divina, a punire ingiustamente Aracne, che viene trasformata in ragno e quindi costretta a tessere la tela per tutta la vita.
Questo episodio e stato citato per evidenziare che la protettrice della tessitura altri non era che la stessa Dea della sapienza e che quindi tale arte veniva considerata una attivita tecnologicamente complessa, se eseguita ad alti livelli.
Nell’epica eroica meritano di essere menzionati alcuni passi tratti dai piu famosi poemi omerici.
Nell’Iliade, durante il commovente commiato tra Ettore e sua moglie Andromaca prima dello scontro dell’eroe troiano con Aiace Telamonio, uno dei piu forti guerrieri dell’esercito Acheo, Ettore dice:
(Iliade, libro VI°, V.490-493)Ma ora va a casa e torna alle tue occupazioni, al fuso e al telaio, e alle ancelle ordina di badare al lavoro; alla guerra penseranno gli uomini tutti di Ilio, ed io piu di ogni altro”.
In questi versi si legge che il lavoro a cui doveva attendere la moglie di un principe, e che a lei competeva per la sua condizione e rango era la tessitura.
Nell’Odissea, drante il colloquio fra Penelope e Ulisse, il quale si era presentato a lei irriconoscibile sotto le sembianze di un mendicante, si parla dell’inganno della tela.
La regina confessa che per procrastinare il suo matrimonio con uno dei tanti principi pretendenti alla sua mano e quindi al trono, aveva escogitato un espediente efficacissimo. Aveva dichiarato che per potersi risposare doveva prima assolvere tutti gli obblighi che una moglie e regina doveva compiere, tra cui tessere il telo funebre per il suocero Laerte; solo allora, libera da tutti gli oneri che le competevano, avrebbe potuto riprendere un nuovo marito. Ma il lavoro per eseguire il sudario sembrava non avere mai fine; infatti Penelope di giorno tesseva la tela e di notte la disfaceva. Questo inganno duro ben quattro anni. Tanti ce ne vollero per spingere i pretendenti a mettere in discussione l’operato della regina, impegnata in un lavoro da cui non poteva esimersi ed a lei sola destinato. Penelope dice:
(Odissea, libro XIX, V 41-48)
“Giovani pretendenti, se morto e Odisseo glorioso, aspettate, quantunque impazienti delle mie nozze, che termini questo lenzuolo e non mi si perdano al vento le fila, sudario di morte per Laerte divino, il giorno che Moira crudele di morte lungo strazio lo colga: che nessuna del popolo delle Achee mi rimproveri, quando senza sudario giacesse chi molto acquisto.” Cosi dicevo, a loro fu persuaso il cuore superbo. Anche tra i documenti storici pervenuti ai nostri giorni compaiono episodi che mettono la tessitura in relazione con la donna o piu specificatamente con la sua condizione sociale di Signora e moglie virtuosa. Plutarco, in “Vita di Romolo” spiega le origini di un modo di dire riportando un anedottoto accaduto dopo la battaglia svoltasi tra i Romani di Romolo e i Sabini di Tito Tazio, conseguente al famoso rapimento di alcune Sabine da parte dei Quiriti in occasione di una festa in onore del Dio Conso (18 agosto) . La battaglia fu sedata dalle stesse Sabine rapite, tra cui la bella Ersilia, le quali non intendevano veder morire né i propri parenti né i propri rapitori, ormai divenuti loro mariti e padri dei loro figli. Si convenne cosi ad un accordo pacifico, avente pero delle condizioni volte a tutelare la dignita ed il rango delle donne Sabine.
Leggiamo in
Plutarco (vita di Romolo, 15-5):
“Dopo che i Sabini, terminata la guerra coi Romani, ebbero fatto la pace con loro, fu concluso questo patto che concerne le donne rapite, che esse non fossero adibite a nessun altro lavoro per i loro uomini, tranne che a quello di tessere. E rimase anche nelle successive cerimonie nuziali l’uso per quelli che consegnavano la sposa o l’accompagnavano o semplicemente presenziavano al rito, di gridare scherzosamente -Talasio!- a testimonianza che la sposa a nessun altro lavoro era condotta a casa fuorché a quello della tessitura".
Tito Livio, in “Storia di Roma – Ab Urbe Condita “libro I°”, narra una vicenda che vede protagonista una Domina Romana, vicenda che fu peraltro causa della fine della Monarchia etrusca nell’Urbe. Durante l’assedio di Ardea, una notte alcuni nobili di Roma iniziarono a disquisire sulle virtu delle rispettive mogli. Lucio Collatino, sposato con la Romana Lucrezia, asseri che sua moglie, essendo l’unica donna di origini romane tra le altre di origine etrusca, era senza dubbio la piu virtuosa proprio perché allevata ed educata secondo i morigerati principi morali romani, non osservati dalle popolazioni dell’Etruria. Presa la decisione di controllare la veridicita di quanto Collatino affermava, il gruppo di aristocratici si avvio al galoppo in un giro ricognitivo per le rispettive dimore. Constatarono infatti che, mentre le mogli Etrusche trascorrevano la notte tra festini e banchetti, a casa di Lucio Collatino trovarono invece la bella Lucrezia attendeva ai lavori di tessitura e filatura, attorniata dalle sue ancelle, come si conviene ad una virtuosa e dignitosa padrona di casa.
In eta romana la sposa era tenuta a portare in corredo l’attrezzatura per filare e tessere (fuso e conocchia) e tra gli appellativi elogiativi di una moglie virtuosa, oltre che pia, pudica e casta, vi erano anche domiseda e lanifica.